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Il cantastorie

Un altro personaggio langarolo in via d’estinzione è il Cantastorie, ricostruttore d’antiche leggende, che poi racconta ad un vasto uditorio, specie durante le lunghe veglie invernali. I ritmi della vita moderna, il cinema, la televisione, i giornali, hanno enormemente sminuito la sua funzione.

Da solo era in grado di tenere con il fiato sospeso chi li ascoltava. I suoi racconti avevano un potere penetrante perché traevano spunto dalla cronaca e acquisivano forza, proprio grazie ai riferimenti a persone o cose che tutti potevano conoscere.

La maggior parte delle persone li considerava poveracci, girovaghi, accattoni, altri li definirono istrioni scansafatiche se non, addirittura, disturbatori della quiete pubblica, non capacitandosi del fatto che avessero intorno tanti ascoltatori.

Analizzandone la complessa personalità, ci si rende conto che si tratta di un artista completo. E’ cantante perché canta le sue storie e in alcuni casi possiede una voce tenorile di tutto rispetto.E’ musicante perché suona lo strumento con il quale accompagna il suo canto, può spaziare dalla chitarra alla fisarmonica, dal flauto alla cornetta, dal violino all’ocarina. E’ musicista perché spesso riveste le strofe che canta con motivetti propri, creando note orecchiabilissime, che rimangono impresse e sono fischiettate. E’ mimo perché l’espressione del volto ed i gesti sostituiscono spesso le parole, dando alla rappresentazione uno stile caratteristico. E’ autore perché scrive le storie che porta in giro, commovendo gli ascoltatori con i suoi versi semplici. E’ soprattutto attore, perché interpreta tutti i personaggi della storia che presenta, trasformandosi, di volta in volta, a seconda delle parti, da vecchietta a carabiniere, da prete a brigante, da prostituta a nobildonna.

Il cantastorie può perciò dirsi artista completo e quindi meritarsi la considerazione e il rispetto della società in cui vive e agisce.

Cercare testimonianza di questi personaggi oggi, nell’era dei multimedia, della musica preconfezionata e impersonale, non è un tuffo nel passato, alla ricerca di fossili viventi, ma la sorprendente scoperta dell’esistenza ancora ai giorni nostri di personaggi uguali a ciò che erano e rappresentavano e nel frattempo diversi ed attuali.

Non bisogna pensare che fossero poveri vagabondi, la compassione sarebbe del tutto fuori luogo, molti di loro, anziani dalla consumata abilità, hanno guadagnato somme enormi per quei tempi.

L’uditorio odierno dei frequentatori dei mercati, distratti e tele-dipendenti, sempre meno disposti a stupirsi e a soffermarsi, hanno causato l’affievolimento del ruolo tradizionale, nomade e avventuroso del cantastorie, il quale ha rappresentato un fenomeno culturale ricco e singolare, proprio dell’Italia, che non costituisce ancora una parentesi conclusa.

In Italia è tuttora viva e operante questa figura che affonda le proprie radici culturali in un passato trobadorico di sfrontati giullari cui tutto era concesso.

Nella seconda metà dell’Ottocento e fino ai primi decenni del Novecento, ma anche in epoca più avanzata, quando i giornali ed i libri erano poco diffusi e le notizie facevano ancora difficoltà a penetrare, mancando l’istruzione, la fotografia, il telefono, la radio, il cinema e la televisione, questi personaggi terribili avevano uno spazio tutto loro in questo genere di faccende. Raccoglievano una notizia ghiotta, di cronaca o d’altro argomento d’attualità, e costruivano, verso su verso, delle lunghe tirate poetiche, claudicanti, ma sempre molto efficaci. La loro caratteristica principale era che, oltre a comporre i canti, se li facevano anche stampare, fungendo quindi anche da editori. Decantavano le loro composizioni nelle fiere, agli angoli delle strade, sulle piazze. Un ciclo produttivo modernissimo, ante – litteram, chiuso su se stesso, senza intermediari, dal produttore al consumatore.

Molti di questi coloriti personaggi sono stati attivi fino a qualche decina d’anni fa, altri lo sono tuttora. Pochissimi purtroppo hanno lasciato qualcosa di tangibile che sia stato possibile conservare nel tempo. Molti di loro hanno prodotto centinaia e centinaia di filastrocche, molte delle quali musicate, oppure libri ed opuscoli divulgativi sui più disparati argomenti, ma ben poche cose sono rimaste.

I cantastorie sono portatori attivi delle tradizioni popolari e la loro valenza storica e sociologica, oltre che artistica, è di primissima importanza. La storia da lui cantata  non coincide quasi mai con la storia ufficiale, anzi, spesso offre degli avvenimenti narrati una versione opposta. Qualunque sia la sua origine, circola e sopravvive soltanto nel momento in cui è accolta e fatta propria da determinate fonti sociali.

La completa identificazione e partecipazione, da parte dei fruitori, agli avvenimenti narrati, indotte e provocate da tutta una serie di comportamenti gestuali degli esecutori, rendono attuale tale storia, consentendo e favorendo l’appropriazione, nei fruitori, di determinati valori.

Gli avvenimenti narrati, attraverso una tipica tecnica di sospensione del tempo storico, sono trasposti, anche quando presentino connessioni con episodi storici, in un contesto mitico, dove per mito s’intende storia  esemplare, che li rende pregnanti, esemplari appunto e come tali, focali della storia reale, del concreto quotidiano.

I cantastorie, con la loro condizione di girovaghi, hanno contribuito in maniera determinante alla formazione di una cultura popolare. L’attività fabulatrice dei cantori di storie e dei narratori di storie, insieme a pochi altri fenomeni culturali popolari, trae linfa alla propria sussistenza dal profondo bisogno di destorificazione istituzionale, esistente presso i ceti meno privilegiati i quali, proprio per il loro essere situati in una zona periferica rispetto ai centri di potere e di produzione, elaborazione  e circolazione dei beni culturali, non hanno potuto appropriarsi delle forme di trasmissione elaborate in seno alla cultura egemone se non pagando lo scotto di una mortificante deculturazione.

La ciabra

La Ciabra è una sorta di chiassoso corteo, d’origine medievale, che aveva la funzione di deridere il secondo matrimonio delle vedove e dei vedovi. Questa tradizione si affermò definitivamente nel XV secolo e sembrerebbe aver svolto il ruolo di controllare i costumi, secondo le regole morali condizionate dall’interpretazione cristiana.

Le ciabre consistevano nella chiassata vera e propria e in una richiesta di riscatto ai vedovi. Le urla erano accompagnate da gesti osceni e da allusioni imbarazzanti: si canzonava la sposa facendone un soggetto da bordello. La denigrazione era accompagnata da ogni sorta di strumento occasionale, solitamente a percussione.

Non sempre i malcapitati subivano: spesso e volentieri alcuni di loro perdevano la calma e inveivano contro gli aggressori.

Spesso erano organizzate dalle badie e coordinate dall’abate. Contro queste pratiche furono promulgate severe proibizioni. Diversi decreti sinodali diffidavano chiunque dall’attribuire impropriamente il titolo d’abate ai capi delle compagnie di giovani. In Langa pullulavano le badie nonostante le numerose proibizioni. Forti di questo nome, gli adepti, compivano spesso prepotenze impunite.

Spesso i gruppi di giovani erano sostenuti nell’impresa da uomini adulti che nutrivano risentimento verso la persona presa di mira.

L’etimologia di ciabra deriva dal termine greco charibareo, che significa stordire la testa.

Stranom

Nelle popolazioni rurali, in tempi passati, si usava ribattezzare le persone con un nome diverso da quello segnato all’anagrafe. Questo soprannome, nella maggior parte dei casi, ha sostituito il nome di battesimo, tramandandosi per diverse generazioni, rivelando l’umorismo langarolo.

In Langa i soprannomi sono di una varietà pittoresca, ma non sempre sono graditi a chi se li vede affibbiare forzatamente. Generalmente però si accettano con divertita rassegnazione.

Oggi giorno i nomi sono più strambi degli stranòm di una volta. Ce n’è una varietà incredibile e non si è più vincolati nella scelta, dalla consuetudine di tramandare il nome dei nonni. Non sussiste più la necessità di assegnare un nomignolo distintivo per individuare una persona tra la folla d’omonimi.

La consuetudine si estendeva anche alle località, in questo caso, per caratterizzare l’indole degli abitanti del paese, ma soprattutto per sfogare il proprio campanilismo contro gli abitanti dei paesi vicini.

Alla dura legge dello stranòm non scampava nessuno. Non fanno eccezione gli undici paesi del Barolo.

Barolo: Blagheur son coj d’ Bareul

Castiglione Falletto:  Caponet d’ Castion

Cherasco : Coj d’ Cherasch son marssairon

Diano d’Alba: Coj d’ Dian d’alba lacia – can

Grinzane Cavour: Son rave coj d’ Grinzan

La Morra: A la Mora i caga – pan

Monforte d’Alba: I tron-ross son coj d’ Monfort

Novello: Coj d’ Novel son litigheire

Roddi d’Alba: Mangia-merda son coj d’ Rod

Serralunga d’Alba: Son gavòt coj d’ Seralonga

Verduno: Son ‘d Verdun i prepotent

I rapporti familiari

Fino agli anni Sessanta, la popolazione della Langa era composta quasi esclusivamente da contadini.

Le famiglie erano numerosissime e si viveva tutti nella stessa casa, in pochissimi metri quadrati.

Nelle case contadine l’unica stanza affine a quelle presenti nelle case moderne era una sorta di cucina che, al tempo stesso, assolveva alle funzioni di  deposito di provviste, di attrezzi e di vestiario.  Il resto del caseggiato era tutta stalla e fienile.

La principale occupazione quotidiana della famiglia era il lavoro nei campi, svolto manualmente e quando possibile, con l’utilizzo di animali da tiro. Gli uomini si occupavano dei lavori più pesanti. Le donne accudivano la casa, allevavano gli animali da cortile e collaboravano ai lavori agricoli. I bambini erano numerosissimi e spesso abbandonavano gli studi dopo le prime classi elementari, per aiutare i genitori.

I legami familiari erano molto più stretti e spesso oppressivi. C’era un timore reverenziale nei confronti delle persone anziane, depositarie del patrimonio tradizionale della comunità.

Essendo famiglie patriarcali, dopo il matrimonio, la sposa era accolta in casa dai suoceri. Non sempre si trattava di convivenze serene.

La madona, la suocera, aveva un ruolo cruciale, sempre in sottointeso contrasto con la nuora, alla quale faceva ben poche concessioni e soppesava la propria autorità in famiglia, pretendendo che le fosse dato del voi. Le nuore, con malcelato rancore, erano costrette, per far fronte alle piccole necessità dei figli, quasi mai per loro stesse, a vendere di nascosto qualche uovo o un po’ di formaggio, per mettere da parte qualche risparmio. Quest’odioso luogo comune si è mantenuto fino a noi, con tutta una serie di detti e motti proverbiali che, in chi vive ancora rapporti di questo tipo, estorcono un amaro sorriso.

I viandanti

Un tempo, le strade polverose di campagna brulicavano di un esercito silenzioso di viandanti.

Si girovagava per i motivi più disparati: per professione, per vocazione, per protesta, per necessità, per disperazione.

C’erano i venditori ambulanti mulita, cadreghè, magnin, spaciafurnel, stagnin. Erano antichi mestieri diffusissimi in Langa, oramai sono pressoché scomparsi. Si trattava di venditori e artigiani ambulanti. Comparivano nei mesi invernali ed erano comunemente chiamati muntagnin, montanari, perché la maggioranza proveniva dalle vicine montagne. Per svernare, ma soprattutto per sbarcare il lunario, si dedicavano a questi lavori.

Uno spettacolo sempre nuovo e divertente lo fornivano invece i cosiddetti scemi del paese, che si distinguevano generalmente per il tasso alcolico in corpo. Quando alzavano il gomito diventavano attori involontari di uno spettacolo grottesco, zimbello d’adulti e bambini, amplificando a dismisura un loro vezzo particolare. C’era il depravato che perdeva ogni freno inibitore, il violento che attaccava briga con chiunque, il buontempone, che esagerava nel racconto delle sue gesta.

Veri professionisti del girovagare erano le lingere. Nullatenenti e nullafacenti, giravano di casa in casa a mendicare un piatto di minestra, un bicchiere di vino o un riparo per la notte. Raramente come segno di riconoscenza ricambiavano con piccoli lavoretti. La gente li aiutava sempre volentieri, ma in alcuni casi, ne aveva schifo e paura. Si temeva di subire delle rappresaglie se non si faceva la carità, ma nel frattempo si temeva il contagio di malattie e la trasmissione di pulci e pidocchi. Per ovviare si disinfettavano le stoviglie e il ricovero, nella stalla o nel fienile, con la calce viva. Alcuni di loro passavano regolarmente ed erano familiari a tutti. Sapevano da chi andare per ottenere qualcosa ed evitavano di passare nelle cascine avare di carità.

Innumerevoli erano gli spettacolini viaggianti: piccoli circhi, burattinai, ciarlatani, cantastorie. Al loro passaggio, la gente del posto aveva la rara occasione di venire in contatto con il mondo esterno, con il diverso.

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